Parrocchia di Pelugo. Chiesa di Sant Antonio

Chiesa di sant Antonio

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La storia di sant Antonio
L’antica chiesa di Sant’Antonio Abate giace solitaria al centro della piana alluvionale del Fiume Sarca, circondata dal cimitero e abbellita da una slanciata torre campanaria in granito a doppio ordine di bifore romaniche con cuspide piramidale.
Le sue forme attuali, gotiche su una struttura romanica, possono essere attribuite alla ricostruzione quattrocentesca, ma l’edificio originale si presume risalga almeno al IX secolo. Questa datazione viene citata in uno scritto di Don Gregorio Fruner da Ballino, curato di Pelugo dal 1903 al 1913, conservato nell’archivio parrocchiale di Vigo Rendena: «la sua costruzione, giusto un giudizio di un archeologo tedesco, è dedotta dalla fabbrica dei cantonali delle muraglie, i quali sono formati con pietre tagliate a punti di mazza, il qual modo di tagliare i sassi durò fino al predetto secolo». Quei cantonali, o pietre angolari, sono tutt’oggi ben visibili sullo spigolo nord-est dell’edificio.
L’interno è ad una navata e a pianta rettangolare, con il coro rivolto ad est e il presbiterio diviso dalla zona riservata ai fedeli da un gradino e da un’arcata.
La chiesa si presenta disadorna, a causa dei molti e disastrosi incendi, come quello del 1674, e delle incursioni sacrileghe che la spogliarono completamente. Unico superstite e muto testimone di alterne vicende è l’altare, del 1694, opera dell’intagliatore Antonio Hail di Fisto, realizzato in legno policromo e dorato da Giovan Battista Bezzi di Cusiano, scandito ai lati da due colonne in parte intagliate in stile barocco ed in parte scanalate. Nelle tre nicchie, ora vuote, vi erano le statue tardogotiche (fine ‘400, inizio ‘500) di Sant’Antonio abate, San Giacomo e San Filippo, oggi conservate assieme ad una statua di San Floriano nella chiesa parrocchiale a Pelugo.
La vera ricchezza della chiesa è data, però, dagli affreschi che l’adornano sia all’interno come all’esterno. Queste pregevoli opere sono state interamente realizzate sul finire del 1400 da Dionisio Baschenis e dal suo collaboratore Cristoforo I.
All’esterno, sulla facciata principale che rimane protetta dalle larghe gronde del tetto, spicca la maestosa immagine di San Cristoforo che reca la firma del pittore: «Ano DN CHR. MCCCCLXXX-XIII (1493) Die Mensis Octubris Ego Dionisius De Averara pixi».
Sopra il portale gotico si nota un ciclo affrescato, con l’Annunciazione, la figura di Sant’Antonio Abate – opera firmata da Cristoforo I e datata «die VI octobris» 1474 – molto venerato in zona in quanto protettore del bestiame, la Madonna col Bambino, la Santa Trinità, San Giorgio ed infine una processione in cui è rappresentata Sant’Orsola (con aureola e stendardo) e le compagne verso il martirio.
Gran parte della facciata a sud-est è, invece, occupata da trenta tavole raffiguranti gli episodi della vita di Sant’Antonio Abate – episodi che sono più frutto della fantasia popolare che della ricerca storica – accompagnate da didascalie in volgare. Le uniche leggibili sono quelle superiori, salvate dalle avversità del tempo dalla sporgenza del tetto, sono opera di un artista molto vicino a Dionisio, si pensa a Cristoforo II alle prime esperienze per il livello quasi popolare.
Da destra verso sinistra esse rappresentano: (1) i genitori del Santo che vanno in pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella «La madre…» - (2) il diavolo, cui la donna ha votato il nascituro, suscita una tempesta mentre la nave si avvicina a Compostella «Lo demonio fece rompir barbero de la nave» - (3) nascita di Sant’Antonio «Come sancto Antonio nascete» - (4) Sant’Antonio a scuola – (5) il Santo, sapute le ragioni dela tristezza della madre, abbandona i genitori in cerca di espiazione «Antonio tolse cumiato» - (6) va a Roma al servizio di un cardinale – (7) il papa che l’aveva preso poi al servizio lo manda via dopo aver sentito la sua storia «Cazava via sancto Antonio per pagura» - (8) va per aiuto da un santo eremita – (9) l’eremita accetta Sant’Antonio, ma un angelo gli ordina di allontanarlo – (10) il Santo, preso dalla disperazione, invoca il diavolo e, poiché nessuno altro lo aiuta, gli chiede ospitalità all’inferno – (11) il diavolo lo fa portinaio dell’inferno consegnandogli le chiavi della porta; nella stessa scena il diavolo lo manda via, perché Antonio non lascia né entrare né uscire nessuno dall’inferno, e si fa rilasciare un’attestazione scritta «Come sancto Antonio se foe liberare et fare le carte dalla Morte» - (12) Antonio ritorna a casa – (13) resiste alla tentazione del diavolo travestito da ragazza – (14) il Santo dona i suoi beni ai poveri – (15) riceve da un vescovo la tonaca monacale «Come sancto Antonio fu vestito da monaco da un vescovo».
Nel registro inferiore proseguono le storie di Sant’Antonio dal momento in cui diventa eremita, ma molte di queste scene sono ormai illeggibili.
La chiesetta è stata oggetto di recenti restauri iniziati nel 1999 e terminati a fine 2001, che hanno comportato la sostituzione della copertura preesistente con una nuova in scandole di larice, il consolidamento dei muri con la scoperta di nuovi affreschi interni evidenzianti la contemporanea presenza di tre stili pittorici che si affiancano ai pregevoli e ben conservati affreschi dei Baschenis de Averara.
L’interno dell’aula è pregevolmente affrescato con opere attribuite allo stesso Dionisio de Averaria, sulla sinistra, a fianco dell’altare, nella nicchia maggiore si trova l’Ultima Cena. Sopra, la “Fuga in Egitto” ed a destra Gesù tra i Dottori intento a predicare. L’Ultima Cena rappresenta l’affresco più interessante, la forzatura prospettica del tavolo, che ritroviamo in altre opere dei Baschenis, ci mostra cibi, bevande e stoviglie tra cui spicca la presenza di gamberi rossi, simbolo di resurrezione, eresia e predestinazione.
Nella parete di fondo è dipinta una grandiosa crocifissione, con ai lati due sante; la più visibile, perché meno rovinata, è Sant’Elena che porta la Croce.
Nella nicchia minore, sulla destra dell’altare, si notano la “Deposizione” del Cristo e la “Discesa al Limbo” attribuita a Cristoforo II; quest’ultimo affresco è presente anche nella chiesa di San Vigilio a Pinzolo, con la sola differenza che qui non sono presenti i due diavoletti.
Frutto di più recenti restauri è il ritrovamento di alcuni affreschi che compaiono sulle pareti interne dell’aula riservata al pubblico e che raffigurano le Croci di benedizione, un’Ultima cena, una Crocifissione, le figure di tre santi, e i volti di Gesù e Sant’Antonio, considerati opere pregevoli. I futuri restauri che interesseranno questi affreschi potranno dare chiare indicazioni sugli autori e arricchiranno il già notevole patrimonio artistico della chiesa.
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